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“Lavoro ogni giorno con entusiasmo e determinazione per riuscire a dare una speranza”. Intervista alla Dott.ssa Angela D’Anzi.

La Dott.ssa Angela D’Anzi – Dottore di Ricerca, neurobiologo e collaboratore presso l’Ospedale CSS, lavora nel team del Prof. Angelo Vescovi da cinque anni con un focus specifico sulla produzione di cellule staminali pluripotenti indotte. Di che cosa si tratta e quali sono le prospettive per il futuro? Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa D’Anzi, scoprendo i sogni e le passioni di chi ogni giorno indossa il camice bianco con un solo obiettivo: dare sollievo ai pazienti affetti da malattie al momento senza cura.

 

Dott.ssa D’Anzi, quando è entrata a far parte della squadra del Prof. Angelo Vescovi?

Ho iniziato la mia esperienza presso l’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza – Istituto Mendel nel 2017 come tirocinante, seguita dalla Dott.ssa Jessica Rosati. È stata la prima esperienza in laboratorio, ma dopo la laurea la Dott.ssa Rosati mi ha dato la possibilità di procedere con il dottorato di ricerca. Un titolo fondamentale per noi ricercatori, ma anche una bella occasione per continuare a lavorare sui progetti che avevo iniziato a seguire già durante il tirocinio. Sono passati cinque anni e sono sempre orgogliosa di portare avanti il percorso che ho intrapreso.

 

Di che cosa si occupa nello specifico?

Seguo tanti progetti finalizzati allo studio di diverse patologie come per esempio la sindrome di Joubert, una malattia del neurosviluppo, ma da tre anni lavoro anche sulla SLA. Si tratta di un progetto enorme perché coinvolge molti ricercatori, medici e pazienti. Nello specifico noi produciamo cellule staminali pluripotenti indotte a partire dalle cellule della pelle. Al momento siamo riusciti ad ottenere questa tipologia di cellule già da tre pazienti con la mutazione in TDP 43 – la seconda mutazione in ordine di incidenza che provoca la SLA genetica – e da un paziente con la mutazione in SOD1.

 

I pazienti che segue hanno una malattia in stadio avanzato?

Noi lavoriamo sulle cellule sia di pazienti ad uno stadio avanzato della patologia, sia di pazienti che hanno la mutazione genetica, ma che fortunatamente non hanno sintomi. Questo da un lato ci pone delle grandi domande dal punto di vista biologico, dall’altro ci permette anche di studiare per quale motivo queste persone non abbiano sviluppato sintomi, per cercare delle risposte che ci aiutino a comprendere meglio anche i casi in cui la malattia si manifesta in maniera importante.

 

Come vede la ricerca in questo particolare periodo storico?

I due anni di pandemia appena trascorsi sicuramente hanno permesso di puntare i riflettori sull’importanza della ricerca scientifica. Anche persone che normalmente sono lontane da questo mondo hanno prestato attenzione a ciò che viene fatto quotidianamente e questo rappresenta già un primo traguardo. Spero però che la stessa attenzione posta per la ricerca contro il Covid-19, possa essere rivolta anche a tutti gli altri ambiti della ricerca scientifica, tra cui quello delle malattie neurodegenerative. È importante che tutti i filoni della ricerca possano ricevere i giusti fondi che consentano a noi ricercatori di poter andare avanti e realizzare i nostri sogni che puntano a scoprire nuovi meccanismi molecolari e aiutare chi sta male.

 

Come vede il futuro della ricerca in relazione alla SLA?

Lavorando con le cellule staminali sono ottimista per il futuro perché vedo le loro potenzialità. La possibilità di poterle utilizzare è davvero un sogno per noi e per i pazienti. Inoltre, negli ultimi anni c’è un approccio sempre più multidisciplinare ai progetti di ricerca e secondo me questo aspetto aiuta tantissimo la ricerca: collaboriamo con elettro-fisiologi, fisici e molti altri esperti che in base alle specifiche competenze danno il loro contributo.

 

Qual è il suo sogno professionale?

Il mio sogno è di riuscire a dare una speranza a chi sta male. È questa la motivazione principale che mi spinge a lavorare ogni giorno con entusiasmo e determinazione. Noi biologi purtroppo ci rendiamo conto di come le malattie neurodegenerative e/o del neurosviluppo influiscano sulla qualità della vita dei pazienti e dei loro cari. Per questo il mio desiderio più grande è di poter partecipare alla scoperta di una cura per queste persone.