Incontro con il Prof. Angelo Luigi Vescovi (prima parte)

By 18 Giugno 2020Novembre 20th, 2020Interviste

Il prof. Angelo Vescovi, Direttore Scientifico di Revert e dell’Istituto Scientifico Casa Sollievo della Sofferenza, ha dimostrato come il trapianto di cellule staminali cerebrali possa rappresentare una delle terapie potenzialmente efficaci contro le malattie neurologiche e neurodegenerative.

 

Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua storia: l’amore per la scienza e lo studio delle cellule staminali, l’attività di ricerca tra Canada e Italia, il razionale etico-scientifico che guida il suo lavoro, fino all’incontro con Monsignor Vincenzo Paglia che ha portato alla nascita di Revert.

Quando inizia la sua passione per la scienza?
La passione per la scienza mi accompagna praticamente da sempre. Mi è impossibile ricordare un momento in cui non fossi affascinato dalla conoscenza e dalla ricerca scientifiche. In particolare c’è un libro che ha segnato la mia infanzia: all’età di 7 anni ho letto “Uomini come noi”, di Teresio Bosco, un testo che raccoglie le biografie di 12 personaggi famosi. È lì che ho conosciuto per la prima volta la storia di Christiaan Barnard, il famoso cardiochirurgo pioniere del trapianto di cuore. Furono la sua capacità di visione del futuro della scienza medica e l’assoluta determinazione che aveva guidato la sua vita professionale ad affascinarmi… credo che quella lettura così intensa abbia in qualche modo segnato il mio futuro professionale.
Una volta ottenuto il diploma, fu quindi per me naturale cercare una via che mi permettesse di nutrire il mio amore per la scienza: fu così che entrai all’istituto Neurologico Besta come Tecnico di Laboratorio, sotto la guida del Prof. Gennaro Bussone e del Primario Dr. Angelo Nespolo. Contemporaneamente mi iscrissi ai corsi serali dell’Università degli Studi di Milano: non fu una scelta facile, le mie due più grandi passioni sono sempre state la fisica elementare e la chimica, ma poi, come talvolta accade nella vita, le vie che ci si aprono davanti non sempre sono quelle che ci saremmo immaginati. Fu così che alla fine mi iscrissi al corso di laurea in Biologia.
Furono anni fondamentali per la mia vita professionale, perché fu allora che tutto ebbe inizio. Avviato un piccolo laboratorio di neurofarmacologia al Besta, abbiamo cominciato a lavorare sul morbo di Parkinson e a fare dosaggi di farmacocinetica. Negli anni, grazie alla collaborazione con l’Istituto di Farmacologia, il laboratorio si è ampliato sia dal punto di vista delle strumentazioni e delle tecnologie a disposizione, che dei ricercatori e dei tecnici che vi lavoravano: ciò ci ha permesso di proseguire e approfondire i nostri studi sul morbo di Parkinson.
Ricordo quegli anni come un periodo di straordinaria intensità; la passione e la determinazione che mi muovevano mi permisero di superare ogni ostacolo. Quando ci fu la grande nevicata a Milano, nel 1985, ricordo che tutta la città era bloccata, ma io avevo in corso un esperimento che non poteva aspettare: quel giorno ho fatto 12 km a piedi sotto la neve per andare al laboratorio. È un esempio quasi aneddotico, ma credo renda bene l’idea di cosa intendo, quando dico che la scienza per me è una vera passione.
Quando mi sono laureato, la gioia per quell’importante traguardo raggiunto fu davvero grande. Anche perché era un risultato ottenuto portando avanti parallelamente il lavoro di ricerca in laboratorio al Besta: da un punto di vista della formazione e del know-how acquisito, quegli anni hanno contato doppio per me, perché oltre alla laurea in Biologia avevo maturato una grande esperienza negli studi sul morbo di Parkinson.

La sua è una storia di successi nazionali e internazionali. Ci vuole raccontare la sua esperienza tra Italia e Canada?
All’Istituto Neurologico Besta ero costantemente esposto ai fermenti sia dell’ambiente della ricerca pura che di quella traslazionale – applicata al paziente, circondato da Professori che ogni giorno si relazionavano con colleghi europei e in particolare americani. Lì ho deciso che volevo andare in America. Attraverso il mio referente mi era stata offerta la possibilità di entrare a far parte di un team di ricerca alla Georgetown University per uno studio sui fattori di crescita rilasciati da alcune cellule cerebrali nei tumori, collegato anche allo studio di Rita Levi Montalcini. Prima di iniziare, però, decisi di andare a un congresso a Phoenix, in Arizona, dove il mio amico Antonello Novelli avrebbe presentato dei nuovi risultati. In quell’occasione Novelli mi presentò Samuel Weiss, neurobiologo canadese che stava avviando uno studio sulle cellule staminali presenti nel cervello e che proprio in quel periodo cercava un post-doc. Weiss mi raccontò del lavoro che stava conducendo su una particolare tipologia di cellule – che lui stesso definì “un po’strane” – che sembrava ci fossero nel cervello, anche se all’epoca erano in pochi a crederci. A quel punto ho fatto una cosa che solo un matto fa: sono andato a Calgary a trovare il neurobiologo Sam Weiss. Mi sono innamorato del progetto e ho iniziato così la mia esperienza canadese.

Il suo arrivo in Canada coincide anche con la prima grande scoperta sulle cellule staminali?
Atterrai a Calgary il 4 gennaio del 1991 e nel giro di un mese, il 2 febbraio, facemmo il primo isolamento di cellule staminali nel cervello adulto. Il motivo per cui quel progetto mi aveva tanto affascinato risiedeva nei miei studi sul morbo di Parkinson, una delle malattie neurodegenerative per eccellenza. La mia idea era di poter scoprire delle cellule cerebrali che si potessero moltiplicare per utilizzarle nei trapianti in pazienti affetti da questa patologia. Ai tempi il concetto di staminali non era ancora radicato: se ne parlava per i trapianti di midollo e quasi solo in quel settore. Solo in seguito si scoprì che quelle cellule “un po’ strane”, che poi trovammo il modo di far moltiplicare, erano in realtà le cellule staminali cerebrali.

Come descriverebbe le cellule staminali?
Le cellule staminali, se vogliamo usare una metafora che chiarisca il concetto, sono l’ufficio manutenzione del nostro organismo.
Tutte le cellule del nostro corpo svolgono una precisa funzione, ma vanno naturalmente incontro a invecchiamento e deterioramento. I nostri tessuti perdono costantemente parte delle cellule che li compongono. Per consentire la nostra sopravvivenza è quindi necessario che le cellule degenerate vengano rapidamente sostituite; questo è il ruolo delle staminali: garantire il mantenimento dell’integrità dei nostri tessuti.

Che cosa ci può raccontare di quell’esperimento?
L’esperimento del 1991 scardinò per la prima volta un dogma che durava da 120 anni, secondo il quale all’interno del cervello danneggiato non esiste rigenerazione.
Quella scoperta, però, è legata anche a un aneddoto molto interessante. Avevo garantito ai canadesi di essere in grado di separare le cellule dai detriti cellulari che provenivano dalla digestione del tessuto cerebrale adulto, in modo da provare a mettere le cellule separate in coltura. Per un errore di manovra non ci riuscii. A quel punto chiesi di poter lavare via i detriti in un modo diverso rispetto a quello programmato, che poi si rivelò essere l’unico possibile per far funzionare il sistema. Fu così che realizzammo la prima coltura di cellule staminali cerebrali adulte e, dopo qualche giorno, vedemmo quelle cellule moltiplicarsi continuamente.
Il lavoro fu pubblicato a marzo del 1992 su Science con il nome di Weiss e Reynolds e divenne subito un successo clamoroso. Nel frattempo andammo al congresso mondiale di neuroscienze: ero un giovane ricercatore di 29 anni e lì vidi i colleghi di tutto il mondo mettersi in fila per 3 ore pur di vedere il poster di quella scoperta fantastica.
In quel momento iniziò la famosa avventura delle staminali cerebrali. All’inizio nessuno lo credeva possibile: siamo stati criticati tanto, ma poi il settore delle staminali cerebrali è esploso.
Per quanto mi riguarda, in quel periodo divenni pienamente consapevole del mio obiettivo, che a quel punto però divergeva da quello dei canadesi, ovvero trasformare quella scoperta in una tecnica per fare sperimentazione sull’uomo.

 

Per leggere la seconda parte dell’intervista vai alla seconda parte.