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Intervista: Dott.ssa Amanda Marchini, Centro di Nanomedicina e Ingegneria dei Tessuti (CNTE) dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano

By 26 Febbraio 2021Interviste
amanda marchini niguarda

Proseguono i nostri incontri con i ricercatori Revert, questo nuovo appuntamento è dedicato alla Dott.ssa Amanda Marchini, giovane biologa che si occupa di ricerca sulle lesioni spinali, collaboratrice dell’Unità di Ingegneria Tissutale dell’IRCCS Casa Sollievo Della Sofferenza e impegnata in un progetto che coinvolge anche l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda.

Buongiorno Amanda, raccontaci un po’ di te e della tua passione per la biologia.

Sono una giovane ricercatrice di 30 anni e sin da quando ero piccola mi ha sempre affascinato il mondo della Biologia, l’attività di laboratorio e in particolare la ricerca scientifica. La mia formazione accademica è iniziata nel 2009, quando mi sono iscritta al corso triennale di Biotecnologie all’Università Bicocca di Milano. Dopo aver conseguito la laurea triennale, ho proseguito il mio percorso di studi iscrivendomi al corso magistrale di Biologia. Il corso di laurea prevedeva lo svolgimento di un tirocinio di un anno all’interno di un laboratorio di ricerca scientifica ed è stato qui che ho iniziato il mio percorso di ricerca vero e proprio, che mi ha portata fino ad oggi. Ho avuto infatti la possibilità e la fortuna di conoscere ed inserirmi nel laboratorio di ricerca del Centro di Nanomedicina e Ingegneria dei Tessuti (CNTE) dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, dove attualmente lavoro.

 

Di quale attività si occupa il tuo laboratorio e tu nello specifico?

Il laboratorio in cui lavoro è un laboratorio multidisciplinare, in cui lavoriamo a 360° sul progetto delle lesioni croniche al midollo spinale. Io mi occupo di colture cellulari, in particolare di cellule staminali neurali coltivate all’interno di biomateriali peptidici. Il mio lavoro spazia da analisi di tossicità cellulare, per valutare ad esempio se un nuovo biomateriale peptidico risulta essere tossico per le cellule (e quindi non applicabile in ulteriori studi), allo sviluppo di costrutti tridimensionali, in cui per esempio si possono valutare vari parametri connessi al differenziamento e alla maturazione cellulare, fino ad arrivare alla produzione di organoidi nervosi, ossia strutture tridimensionali altamente complesse con caratteristiche morfologiche e funzionali che si avvicinano molto a quelle del tessuto biologico.

Ho la fortuna di lavorare in un laboratorio multidisciplinare, che va dalla progettazione dei biomateriali peptidici alla loro sintesi, fino all’applicazione pre-clinica. Questo mi permette, ma soprattutto ci permette, di poterci confrontare direttamente, seguire il progetto in toto, collaborare tra noi e coordinarci per una pianificazione strategica del lavoro.

 

Quali sono i risultati raggiunti e perché sono importanti?

I risultati ottenuti negli ultimi anni sono molteplici e soprattutto promettenti. Innanzitutto, abbiamo dimostrato che i biomateriali sono totalmente inerti, biocompatibili e si integrano completamente nel sito di impianto. Dall’altro lato, i biomateriali fungono da ottimo supporto per le cellule staminali neurali, le quali si differenziano nelle tre tipologie di cellule neurali specializzate, ossia neuroni, astrociti e oligodentrociti.

Inoltre, in uno studio recente abbiamo dimostrato che pre-coltivare in laboratorio le cellule staminali neurali all’interno dei biomateriali peptidici permette di raggiungere un buon grado di rigenerazione nervosa in modelli pre-clinici. Infatti, grazie ad una serie di fattori di crescita e fattori neurotrofici, è possibile indirizzare il differenziamento e la maturazione cellulare. Un miglioramento di questo modello è in fase di studio, stiamo cercando di ottenere quelli che vengono definiti “organoidi nervosi”, ossia dei costrutti che hanno una rete neurale talmente complessa da rappresentare, sia per morfologia che per funzionalità, il tessuto nervoso biologico.

È importante sottolineare che i nostri costrutti (che costituiscono quella che viene definita la bioprotesi nanostrutturata) sono stati ideati e sviluppati al fine di essere applicati in studi clinici, quindi è assente qualsiasi componente di origine animale, e vi assicuro che non è cosa da poco.

 

Quali sono le motivazioni che ti spingono a fare questo lavoro e cosa ti appassiona?

Come dicevo prima, sono sempre stata affascinata dall’attività di laboratorio, ricordo che sin da piccola pensavo “da grande voglio lavorare in un laboratorio”, senza ancora ovviamente avere un’idea precisa riguardo all’ambito applicativo. Poi man mano procedevo con i miei studi, e le idee si facevano sempre più chiare. Ho seguito diversi corsi sulle neuroscienze e sulle cellule staminali cerebrali, che mi hanno subito colpita e affascinata. Ricercando tra le loro applicazioni terapeutiche mi sono addentrata nel mondo delle lesioni croniche midollari, poi il resto è venuto da sé.

La ricerca ora è il mio lavoro e la mia passione: credo sia molto stimolante e appagante svolgere un lavoro che possa aiutare altre persone e dare un contributo utile.

 

Perché è importante donare e sostenere la ricerca?

Donare e sostenere la ricerca è fondamentale per poter svolgere al meglio la nostra attività. La ricerca scientifica è fatta di reagenti, strumenti e personale. Per raggiungere risultati concreti e significativi sono necessari strumenti all’avanguardia, personale qualificato e grandi quantità di reagenti, fondamentali per svolgere, ripetere e validare gli esperimenti. Se viene a mancare, o anche solo inizia a essere carente uno di questi fattori, la ricerca procede a rilento e i tempi per giungere finalmente a individuare delle cure inevitabilmente si allungano.